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SARMENTI E MALATTIE DELLA VITE

di Albino Morando, Fabio Sozzani, Simone Lavezzaro

In un passato non così remoto (metà Ottocento quando la robinia si è instaurata in Europa, consentendo di produrre legna da ardere anche in zone precedentemente poco boschive) molte persone hanno combattuto il freddo grazie all'impiego dei sarmenti in stufe e camini. Fino agli anni '50 del secolo scorso, i residui di potatura rappresentavano l'unico mezzo per cuocere il pane, per cui era normale raccoglierli in fascine per poterli meglio trasportare al forno vicino.
Fu all'inizio degli anni '70 che si iniziò a cercare altri impieghi per i sarmenti. L'Istituto di zootecnica di Torino fece numerose prove per utilizzare i residui di potatura nell'alimentazione dei bovini con risultati positivi da un punto di vista tecnico, ma non economico.
Con l'avvento del trinciasarmenti, alcuni anni dopo, la destinazione più comune è quella di lasciarli nei filari a fornire sostanza organica assieme alle essenze erbacee che popolano il vigneto.
L'impiego di questa macchina ha salvato la viticoltura collinare dal peggior danno ecologico causato dall'uomo: l'erosione. Ovviamente può presentare qualche difficoltà di esecuzione (ad esempio quando sono presenti inerti) e delle ipotetiche controindicazioni. Tra queste viene spesso indicata la possibilità di favorire le malattie della vite, per cui vale la pena presentare una sintetica analisi del problema vista per ogni singola ampelopatia.